Associazione Sportiva Dilettantistica “Arcieri del Mare”

Introduzione

Chi ne soffre sa di cosa sto per parlare: il famigerato target panic (“terrore del bersaglio”), chiamato anche buck fever (“febbre del cervo”, termine tipico dei cacciatori), o gold fever (“febbre dell’oro”, dove l’oro è il centro giallo del bersaglio). È la cosiddetta “malattia” dell’arciere, è una condizione psicologica, un’ansia da prestazione, che annienta tutto il divertimento che si può trarre dal tiro con l’arco. Ne esistono più varianti, ma io affronterò quella che rende la mia vita arcieristica più difficile da quasi 4 anni. Considerando che tiro da 6 anni, è una buona fetta della mia “carriera”. Prima di iniziare, però, è giusto fare le dovute premesse:

  • questo articolo è abbastanza lungo da leggere 😅 non è facile riassumere l’argomento in 4 righe;
  • chi scrive non è un istruttore/preparatore di tiro con l’arco né di qualunque altro sport. Sono un semplice appassionato che ha trovato nel tiro con l’arco un bellissimo passatempo e tanti nuovi amici;
  • faccio questo sport a livello più che amatoriale, non mi sono mai neanche avvicinato ad una posizione sul podio e chissà se ci arriverò mai;
  • non ho ancora risolto del tutto il mio problema, ma non ho mai perso la voglia di provarci. Di conseguenza, qui non troverete la soluzione al target panic, ma alcune indicazioni importanti su come lo si può riconoscere ed affrontare;
  • ognuno è un caso a sé, quindi quello che scrivo potrà essere familiare per alcuni, ma totalmente privo di senso per altri. Sono stati scritti interi libri su questo tema, proprio perché le cause possono essere molteplici così come le “cure”.

Tutto inizia per caso, durante una gara, con i compagni di piazzola che fanno delle osservazioni sulle tue tempistiche nel tiro: “hai rilasciato troppo presto”, oppure “stacci almeno un secondo!”. E con le tue giustificazioni: “ho sbracciato”, “mi è partita la freccia per sbaglio”, “sono ancora freddo”… Una volta, due, tre, e poi ci si rende conto che c’è qualcosa che non va. Il target panic non consente ad un arciere di svolgere l’esecuzione corretta dei movimenti che compongono il tiro, e la cosa che genera il “panico” è che tutto questo non è controllabile in alcun modo. Nel mio caso il rilascio è troppo anticipato, ma c’è anche chi non riesce proprio a lasciarla andare, quella freccia.

Gli errori da non commettere

Al tempo tiravo con l’arco ricurvo, il problema si manifestò in modo veramente pesante durante i campionati italiani indoor FIARC a Pesaro – praticamente non mi sfioravo neanche il viso e lasciavo andare la freccia – ma si era già presentato nei mesi precedenti, durante le normali gare regionali. Proprio agli indoor decisi di ordinare un nuovo longbow artigianale, un arco che desideravo da tempo, e dopo qualche mese mi arrivò. Tra l’altro, stupidamente, presi un arco di quasi 10 libbre più pesante del precedente. Primo errore dell’arciere con target panic: cambiare tipologia di arco. Non serve, a meno che il vostro arco non sia di libbraggio troppo alto, in tal caso è meglio scendere, e non salire come ho fatto io.

Arrivato il longbow nuovo fiammante, via con le gare regionali. Inizialmente non andavo male, diciamo che ero in linea con i punteggi del ricurvo, solo un pochino più bassi. È l’arco nuovo, mi dissi, sono giustificato. Poi il crollo totale: punteggi al minimo storico, ogni gara era un supplizio. L’anno successivo decido di andare ai campionati italiani a Schilpario con il longbow. Secondo errore dell’arciere con target panic: affrontare gare, e più sono “importanti” più è peggio.

Qui sotto, un esempio di “sequenza di tiro” con il mio longbow, in cui si vede benissimo che non arrivavo assolutamente all’ancoraggio (foto prese dalla pagina facebook degli Arcieri del Tiburzi). Mi bastava toccarmi il viso con la nocca del pollice per sganciare.

In un campionato dove tutti quelli che buttavano fuori frecce automaticamente le rompevano, io in proporzione ne ho rotte pochissime: non perché le mettevo nel bersaglio, ma perché scoccavo così anticipatamente che sfruttavo forse il 30% del libbraggio dell’arco. Con la frustrazione a mille, mi decido ad affrontare seriamente il problema. E cosa faccio? cambio arco, passo all’arco nudo. E questo rientra nel suddetto primo errore, ma io ci sono cascato più volte.

Ho scelto l’arco nudo perché, ingenuamente, ho pensato che essendo obbligato a stare fermo in mira potesse aiutarmi. In effetti posso dire che un passo avanti c’è stato, perché contestualmente al cambio di arco ho deciso di lavorare anche sulla mia tecnica, che è migliorata. E per questo devo ringraziare virtualmente Ferruccio Berti, che con il suo canale YouTube, pieno zeppo di video sul tiro con l’arco, mi ha aiutato tantissimo.

Tra allenamenti regolari in palestra, piccole gare sociali in cui il problema si era affievolito, gesto tecnico leggermente migliorato, decido di provare a fare qualche gara regionale. L’idea che si forma nella mente di chi pensa di essere “guarito” è che alla prima occasione utile si vedranno dei risultati. Mi sarei accontentato di divertirmi, e invece… Terzo errore dell’arciere con target panic: avere aspettative al minimo segno di ripresa. Ci vuole pazienza, tanta pazienza.

Il target panic è subdolo, ti fa credere di averlo quasi risolto, per poi ripresentarsi più cattivo di prima. Alle gare partecipi sentendoti osservato, giudicato dagli altri per la tua incapacità nel gestire la tua mente e il tuo corpo.

Curiosità

Sapevate che esiste un anime (cioè un cartone animato giapponese) in cui il protagonista è un arciere di kyudo e soffre di target panic? Fino a poco tempo fa nemmeno io, l’ho scoperto da poco, e si chiama Tsurune. Nella scena qui sopra uno dei personaggi dice: la parte peggiore del target panic è che ti sembra di non conoscere più te stesso. Ed è la verità!

Tecniche per il target panic

Esistono una serie di metodi per affrontare il target panic. Sono “trucchetti” per cercare di fregare il proprio cervello, che però tendenzialmente non è stupido, quindi in poco tempo se ne accorge e si adatta alla nuova situazione. Il corpo umano è progettato per ottenere il risultato finale con il meno sforzo (= meno consumo di energia) possibile, per cui se la testa si convince che la freccia arriva al bersaglio pur facendo un gesto incompleto, il corpo eseguirà di conseguenza.

Ne elenco qualcuno qui, magari possono essere utili a chi è appena agli inizi del problema:

Tirare con gli occhi chiusi

Se il “panico” è dato dal bersaglio, non lo guardare! Ci si mette di fronte ad un paglione, ad una distanza di 5-6 metri (di più può essere pericoloso), e si esegue il gesto completo, compreso il rilascio della freccia, ad occhi chiusi. Ovviamente non ci si può aspettare di fare la rosata, qui l’importante non è il risultato sul paglione ma nella propria testa. Concettualmente dovrebbe servire a concentrarsi esclusivamente sul gesto, ascoltando il proprio corpo e rimuovendo il senso che ha il peso maggiore nel target panic: la vista. Questa è la primissima tecnica che mi è stata suggerita, ma dopo averla provata più e più volte, mi sono reso conto che non fa per me.

Il cane di Pavlov

Se il rilascio anticipato è un riflesso condizionato, che dice all’arciere “scocca la freccia non appena ti sfiori il viso” – come il campanello lo era per il cane di Pavlov, che gli procurava la salivazione incontrollata – si può provare a modificarlo, o meglio a “sovrascriverlo” con un altro. Si procede quindi con un nuovo condizionamento, eseguendo tutto il gesto SENZA rilasciare la freccia. Quindi pretrazione, trazione, ancoraggio e stop. Si sta fermi per qualche secondo, con la mano agganciata alla bocca, e si scarica, per poi ripartire da capo. La freccia non deve essere mai scoccata. In questo modo, dopo tante volte che si ripete questo movimento, il cervello dovrebbe immagazzinare che il “campanello” è cambiato. Un pochino è utile, specie se fatto in modo regolare. Un “campanello” simile lo ha già chi tira con l’arco olimpico (il clicker) o con compound con sgancio meccanico (che fa click quando si è al punto di dover rilasciare). Chi tira con altri archi, dovrebbe trovare il modo di crearsi un proprio “click”.

Il “codice fiscale”

Questa l’ho inventata io (almeno nel nome). Si tratta di andare in trazione, ancoraggio, e poi dire a voce alta il proprio codice fiscale. Solo e soltanto dopo aver scandito l’ultima cifra si può rilasciare. Se il codice fiscale è troppo lungo, si può usare un numero di telefono, un nome, il punto è rimanere ancorati almeno un paio di secondi facendosi distrarre dalla propria voce. Più o meno il principio è quello del “Cane di Pavlov”, cioè cercare di condizionare il cervello a pensare che la freccia va rilasciata solo dopo un certo tempo. L’unico problema è di multitasking: l’essere umano non è in grado di essere concentrato veramente su più di una cosa alla volta, per cui se si recita il codice fiscale, non si sarà poi così attenti alla mira. Basta esserne consapevoli. Quest’ultimo metodo mi è stato utile anche se non risolutivo, chiaramente si dovrebbe arrivare al punto che il codice fiscale lo si enuncia a mente e non ad alta voce 🙂

Suggerimenti importanti

Concludo elencando alcuni suggerimenti per arginare il target panic dati dalla mia esperienza personale, e come tali vanno presi:

  1. allenarsi costantemente, ponderando ogni freccia tirata. Meglio tirarne poche bene, che tirarne 300 tanto per farlo. In faretra mettete 3 frecce e fate un po’ di volée con quelle;
  2. utilizzare archi a basso libbraggio. Se oltre allo sforzo mentale ci dobbiamo occupare anche di quello fisico, la tendenza a scoccare prima del tempo sarà più accentuata;
  3. evitare di fare gare, specialmente se sono campionati, coppe, ecc. Lo so, alle gare ci si diverte anche per stare in compagnia, per fare una bella camminata nei boschi… ma non devono diventare una pressione mentale che peggiora soltanto la situazione. Io sono stato un anno senza fare gare, facendo soltanto quelle sociali in cui mi sentivo a mio agio;
  4. avere tanta pazienza: non va via in un giorno e nemmeno in un mese, servono mesi di lavoro interiore ed esteriore su sé stessi;
  5. sembra una banalità, ma non mollare: ognuno di noi dentro di sé ha il metodo giusto per tornare a divertirsi. Si tratta di riuscire a trovarlo;
  6. questo punto lo aggiungo soltanto ora, dopo tanto tempo che ho iniziato e lasciato in “bozza” questo articolo, ma secondo me è il più importante insieme al primo: riuscire ad ottenere un certo grado di sicurezza sulla propria tecnica di tiro. Come ho detto più sopra, ho lavorato tanto sul mio gesto e continuo a farlo; l’obiettivo finale è avere un movimento il più possibile ripetitivo e identico al precedente. Quando sei sicuro della tua sequenza di tiro, che magari non è da manuale ma è la TUA sequenza, su cui hai lavorato, con cui ti trovi a tuo agio, e di cui sei soddisfatto, essa diventa un punto fermo irremovibile, e gran parte della paura va via. La freccia con molta probabilità andrà sul bersaglio.

Il target panic è la dimostrazione del fatto che il tiro con l’arco è prima di tutto uno sport mentale: se non si raggiunge un buon equilibrio interiore questo si ripercuote sulle prestazioni arcieristiche, sfociando anche in casi estremi come questo.

Detto ciò, spero che il mio prossimo articolo sull’argomento si intitoli “Ho sconfitto il target panic” 😅 Ma penso di essere sulla buona strada.


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